Non voglio vivere covìd.

Oggi è il nonricordoesimogiorno di quarantena. Chi lo avrebbe mai pensato due mesi fa che fare una cena all’aperto, una corsa, ritrovarsi in gruppo in un prato sarebbe stato vietato? Quanto ci manca quell’aria frizzante di primavera la sera, quando dopo il lavoro torni a piedi verso casa?

Sto pensando anche all’allergia stagionale, chiusa nel suo camerino per non so quanti mesi, nell’attesa di essere di nuovo la protagonista indiscussa della primavera 2020. E invece ora me la vedo là, che sbircia dalla porta socchiusa e intravede un altro protagonista, due spanne sopra di lei, sicuro di sé, sconosciuto ai più fino a poco tempo fa, ma in grado di conquistarci tutti con la sua fermezza e di contagiarci tutti nelle nostre scelte quotidiane. Un vero influencer insomma. Ha fatto qualcosa come cinquanta mila follower nel giro di un mesetto solo in Italia e duecentocinquanta mila nel mondo. Grandi numeri per uno sconosciuto cinese. È diventato virale, come si dice per i video coi gattini su Internet.

Non è che il suo nome abbia poi tutta sta grande carica comunicativa. Covid-19. Sembra il nome di un grasso spray lubrificante.

-C’hai mica del Covid da mettere sulla porta che cigola tutta?

Viviamo nell’era dell’informazione tuttavia siamo sempre disinformati. È nata da una zuppa di pipistrello. Nasce tutto da un complotto per fare fuori gli anziani, così anche noi trentenni potremo avere una pensione. È un virus creato in laboratorio per abbattere economicamente paesi stranieri.

Abbiamo pensato si trattasse di una banale influenza con un nome strano. E tutti abbiamo detto la seguente frase: “Uccide di più l’influenza stagionale”. È un po’ come l’aereo che quando cade fa notizia, mentre all’anno muoiono più persone portando fuori la spazzatura sul marciapiede (e in questo periodo fate molta attenzione essendo una fra le poche attività ancora concesse). O come il mito dello squalo, di cui tutti abbiamo paura ma il poveretto uccide in media sei persone in dodici fottuti mesi. Mentre le lumache uccidono circa venti mila persone nello stesso arco temporale. Mi chiedo perché Spielberg non ci abbia fatto un film. Forse perché è facile scappare da una lumaca. Non saprei.

Ma qui purtroppo non si parla di squali, di lumache e né di aerei. Questa non è suggestione, bensì una brutta realtà. Nel giro di due settimane usciamo a comprare le sigarette e ci sentiamo come un cittadino della Berlino Est che vorrebbe andare ad Ovest nel cuore della notte con il coprifuoco e siamo pure senza cane.

Cerchiamo di vedere almeno il lato altamente formativo della questione. Avremo qualcosa da raccontare ai nostri figli. I nostri nonni hanno avuto la guerra, i nostri genitori gli anni di piombo o Chernobyl a scelta. E noi invece avremo la quarantena del 2020. “Era marzo, la primavera era alle porte e quando non si era impegnati a sbattere le pentole fuori dalla finestra ci si starnutiva nei gomiti”. Avvincente.

Non sarà così avventuroso come la guerra ma spero che qualcosa ci insegnerà. E se invece non ci insegnerà niente? L’essere umano dimentica in fretta, e forse chi lo farà per primo tornerà alla normalità prima degli altri. Però io voglio credere che qualcosa ci rimarrà di questa esperienza. Più sarà lunga e insopportabile e più sarà utile. Ci farà rallentare i ritmi frenetici delle nostre giornate, sempre a correre da una parte all’altra, sempre pieni di appuntamenti importanti, di sveglie all’alba, di cose da fare, di riunioni e pranzi al volo, parcheggi introvabili, aperitivi ammassati in posti minuscoli, metropolitane piene che se ora provi a salirci ti viene da chiedere dove siano finiti tutti. E sinceramente dopo il nonricordoesimogiorno di quarantena a volte non mi manca per niente.

Stiamo capendo che forse lo spostarci in massa come delle capre dalle otto di mattina alle nove per rinchiuderci in ufficio non è così intelligente. Ogni tanto si può lavorare da casa, così però non possono controllarti e magari passi le tue mattine su Netflix che ora ha ridotto anche la qualità delle immagini altrimenti il sito esplode. E se succede che invece lavori meglio, non perdi un’ora al giorno per raggiungere l’ufficio e guadagni un’ora in più di sonno? Sei più produttivo, non vai a bere il caffè al bar, non partecipi a stupide riunioni o in chiacchiere di circostanza. Ci vorrebbe più fiducia, rispetto ed elasticità da parte delle persone e spero che questo quando tutto sarà finito non verrà dimenticato. Certo che dopo il trentesimo giorno di smart working un caffè coi colleghi a metà mattina un po’ ti manca. Sto pensando di acquistare una poltrona di pelle usata, una targhetta d’oro con il mio nome e una bella pianta verde di quelle alte da mettere in soggiorno, così da farlo sembrare di più un ufficio.  

Ad esempio, anche intasare le strade non sembra una scelta così intelligente. Con la quarantena l’aria è più pulita e il cielo è più limpido ma non puoi godere di tutto ciò, perché è grazie al fatto che non puoi uscire di casa che il cielo e l’aria sono così. Una bella presa in giro. Le giornate sembrano più belle, più luminose, più fresche e non è solo una sensazione. Spero ci ricorderemo anche di questo.

I ritmi saranno rallentati, non avrai il problema di organizzare una serata, una festa o un evento. Un bel venerdì sera a casa, il sabato pure e indovinate un po’, la domenica anche. Uno dei nostri problemi è anche questo. Ci circondiamo di cose da fare, siamo sempre attivi, non ci fermiamo mai, è facile non annoiarsi in una grande città, siamo sempre a mille, sempre di corsa ma per arrivare dove? Abbiamo l’opportunità di ritornare a noi stessi, di ascoltarci, di fermarci per un istante e capire chi siamo e cosa vogliamo. E invece cosa facciamo? Le video chat con persone che normalmente non sentiremmo perché troppo impegnati a fare altro, gli aperitivi in chat, i pranzi in chat, i film in chat. Con conseguenti screen shot pubblicati su Instagram per fare vedere quanti amici abbiamo anche restando a casa. Abbiamo una grande opportunità, veramente la vogliamo sprecare così? Vogliamo davvero sprecare l’occasione di conoscere meglio quelli che da due settimane girano in pigiama per casa che potrebbero essere tua moglie e i tuoi figli? I vicini penso ci stiano provando e ce la stanno mettendo tutta per convincermi che non è una buona idea fare una famiglia.

E pensare che non ci siamo neanche sciroppati le feste in maschera di carnevale o il dibattito sull’esistenza della Festa della Donna. Non si parla più di calcio, di olio di palma, di quanto siamo razzisti, di nord e sud, di programmi spazzatura. A proposito, hanno persino cancellato alcuni programmi idioti dai palinsesti (non tutti purtroppo) non consoni con la crisi di questi tempi. È davvero così male questo Covid-19? Questa cosa uccide le persone, c’è poco da scherzare. Muori da solo in una stanza. Attaccato ad un respiratore, senza la famiglia, i figli, i nipoti, gli amici. Una vita di imprese e sacrifici per morire soli. Pensa se capitasse a tua madre o a tuo padre. Dapprima quando tutti sui social ci scherzavano un po’ mi indignavo. Ma poi ho pensato alle guerre mondiali, dove la satira è sempre esistita, sotto forma di cartoline o giornali, anche come strumento per esorcizzare la paura della morte. Ed è quello che sta succedendo in questi giorni.

Racconteremo anche di come questo evento catastrofico abbia illuminato ancor di più le differenze fra gli eroi e gli idioti. In tutto il mondo gli idioti si sono manifestati con più fervore, come del resto le persone intelligenti e responsabili. Penso a quelli che si preoccupavano soltanto per la seria A o ai ragazzi intervistati a fare l’aperitivo per strada incapaci di stare in casa perché “noi non abbiamo paura del virus”. Penso alle corse ai supermercati per fare la spesa in vista dell’apocalisse. E poi vedo scaffali vuoti di frutta e verdura. Siamo idioti il doppio. Una cosa dovevamo imparare dagli americani e dal loro cinema. Avete mai visto un rifugio antiatomico in un film americano pieno di zucchine e vassoi di pomodorini pachino? Dovevamo comprare le scatolette, le conserve, i fagioli, il tonno, la carne in scatola. Qualcosa che duri per almeno due anni, suvvia! Non sappiamo neanche fare una mezza spesa in vista di un’apocalisse.

Questo Covid ha fatto anche risaltare le differenze fra i popoli a dir poco curiose. Gli australiani erano in fila per la carta igienica, non ne ho ancora capito il motivo, tanto che un giornale nazionale ha inserito quattro fogli di carta igienica al suo interno come buona azione nel caso in cui non si dovesse più trovare nei supermercati.

Gli olandesi erano in fila nei coffee shop, come biasimarli. Gli americani in fila presso le armerie. Come dare loro torto avendo già un rifugio munito di frutta e verdura fresca. Gli italiani si preparavano a comprare lievito di birra per sfornare pizze dal dubbio impatto visivo e gustativo.

Ho visto anche tante persone fare attività fisica all’aperto, pur non avendola mai fatta prima. E ne ho viste tante altre riprendersi sui social mentre facevano attività fisica da casa, quando prima della pandemia non sono mai stati in grado di fare due flessioni intervallate da dieci minuti. Se c’è una cosa che non ci toglierà di certo questo virus, è il disturbo narcisistico di personalità, motore primario di tutti i social. Però anche qui magari la divina provvidenza farà nascere un amore verso lo sport a chi non lo aveva mai praticato prima e questo non è sicuramente un male. Possiamo stare qui a vedere il bicchiere mezzo vuoto ed additare chi adesso non fa altro che chiamarti ogni giorno, quando prima oberato dai suoi mille impegni ti rispondeva di rado almeno dopo quattro giorni. Non mi sembra un male. Potrebbe essere un modo per fare riavvicinare le persone. Pur non uscendo mai di casa.  Un modo per farci capire che i nostri futili impegni giornalieri ci assorbono così tanto la vita da dimenticarci di coltivare le nostre amicizie, i nostri rapporti, di fare quella chiamata che vuoi fare da mesi, ma poi a fine giornata non hai voglia di fare. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà finito.

La cosa bella è che ci dimenticheremo per poco di quanto siamo stronzi, egoisti, razzisti, ignoranti ed egocentrici (forse). Di quanto siamo piccoli davanti alla natura, che tutti abbiamo stuprato o siamo rimasti a guardare mentre veniva stuprata negli ultimi decenni. Certo che siamo in tanti ormai, la terra non può sopportarci tutti, ma stiamo certi che la terra sopravviverà, perché trova sempre un modo per sopravvivere con o senza di noi (vedi anche estinzione dei dinosauri). E ultimamente il senza di noi sembra l’opzione più quotata.

Il Covid sembra aver annullato tutte le differenze di genere, di status, di razza. E qui bisogna fargli i complimenti perché ha tutte le qualità di una bella apocalisse che si rispetti. L’apocalisse ha un non so che di fascinoso esattamente per questi motivi. Riporta tutti allo stesso livello, mescola le carte, non ha importanza come ti chiami, quanti followers hai, cosa dirigi o che lavoro fai, muoio io o muori tu non fa differenza. Stiamo a casa tutti, indistintamente con la stessa identica noia, tralasciando le piscine in giardino e i metri quadri a disposizione. Ma il fascino più spettacolare proviene invece dall’uomo. Da quell’uomo che come il virus non guarda in faccia a nessuno quando c’è bisogno di dare una mano. Di quella mano che viene tesa senza guardare, dimenticando ogni sorta di credo, religione, pensiero e confini. Di quella mano che quei confini, geografici e culturali demolisce, che si trasforma in una mascherina dalla Cina o in un’equipe di medici da Cuba o dall’Albania. Spero che questo faccia prima svegliare e poi vergognare tutti gli idioti che non fanno altro che pensare al proprio orto, ai propri interessi e a come eludere l’obbligo di stare a casa. A proposito di idioti, che ahimè non si estingueranno con questa pandemia, penso ai “soggetti di diritto internazionale”. Vi chiederete chi sono questi soggetti di diritto internazionale. Sono analfabeti funzionali, irrispettosi, che non sono in grado neanche di memorizzare le regole del proprio condominio e invocano il diritto internazionale per eludere l’obbligo di rimanere in casa, di non uscire. Invocano la costituzione, le limitazioni alla persona, il sequestro. Come se non bastasse il buonsenso. Come se non bastassero ventimila morti solo in Italia. Come se non bastasse lo sforzo fatto da medici, infermieri con le piaghe in faccia per l’uso prolungato delle mascherine. Come se non bastasse che un infermiere deve chiamarti per dirti che tua madre è morta e neanche la puoi vedere e se ne è andata da sola in un letto d’ospedale magari pisciandosi addosso. Come se non bastasse chi ha perso il lavoro, chi non può vedere i genitori, chi non può stare con chi ama. Come se non bastasse il lavoro svolto da chi fa i posti di blocco per cercare di mantenere l’ordine, a cui darei una medaglia soltanto per la pazienza. Non c’è limite alla stupidità umana, alla bassezza e all’ignoranza. E quella purtroppo dilaga molto più velocemente di un virus. Non basta una quarantena per fermarla. Ti hanno soltanto chiesto di stare a casa, di fare una vita noiosa. Quella che tanto agogni quando ogni mattina ti alzi alle sette per andare a lavorare e fuori piove. Ti hanno solo chiesto di salvare il mondo stando comodamente sul tuo divano. E’ tanto difficile? Forse sì, perché senza un lavoro, senza qualcuno che ci dica cosa fare, senza uno scopo imposto da qualcun altro chi siamo? Come impiegare le nostre ore?

A questo punto perché non citare gli immancabili “Io avrei fatto meglio”, “Si poteva gestire diversamente”. Sono stati fatti errori, c’è stata superficialità e forse mancanza di tempismo. Ma non abbiamo capito che è una cosa fuori dal comune (e dal comune di sti tempi non ci puoi uscire), mai vista prima, paragonabile a una guerra, alla fine del mondo, a un’invasione aliena. E’ stata definita una pandemia , ma sappiamo davvero cosa significa il termine? Una pandemia è come la peste, come l’influenza spagnola che siamo abituati a leggere sui libri di storia. Certo, qui non abbiamo i bubboni, nessuno ci ha ancora scritto un romanzo, ma i morti ci sono ugualmente. E c’è chi non perde occasione di stare zitto. Perché stare zitto è come stare in casa. Qualcuno non ci riesce. Non è difficile non fare qualcosa. Dovrebbe essere più difficile fare qualcosa. Ma nel duemilaventi purtroppo non è così. Non si perde occasione per fare propaganda, per inventarsi complotti, per esprimere il proprio pensiero, sempre controcorrente, sempre critico. Addirittura c’è chi dice che stiamo ascoltando troppo i medici. E sbagliamo. Ci facciamo prendere dal panico. Quando hai l’influenza con chi ti interfacci? Con un imprenditore? Con un ristoratore? Con il tuo meccanico? Chi dovremmo ascoltare se non i medici? C’è sempre qualcosa sotto, qualche intrigo, qualche lobby, qualche interesse nascosto.  Tutte situazioni messe in piedi da chi non ce la fa a sopportare la propria vita triste e noiosa. Da chi non sa stare in casa, da chi non sa stare zitto. Esiste una teoria, forse relativa all’intelligenza emotiva, che dice che il cervello umano non registra il “non”. Ad esempio se io ti dicessi di non pensare ad un elefante rosa, tu ci riusciresti? Se tu dicessi al tuo bambino di non azzardarsi a salire sul tavolo, aiutandosi con la sedia per poi tuffarsi di faccia sul pavimento, il bambino ti darebbe ascolto? Probabilmente saresti già in fila al pronto soccorso. Ma i bambini sono bambini, non sono come gli adulti. Loro sono incoscienti e soprattutto non hanno paura.

La cosa pericolosa, sommata alla mancanza di buonsenso, è che le persone non hanno paura. In molti camminano senza mascherina (c’è chi dice che moltiplichi i batteri al posto di proteggerci e allora mi chiedo perché le usino da anni negli ospedali), ti sfiorano mentre fai la spesa, per parlarti si tolgono la mascherina, si avvicinano. La fase due è iniziata da poco e la gente si riversa per le strade, balla, beve una birra all’aperto. E io che come tanti stavo ancora pensando che bisogna uscire di casa solo per comprovate necessità, che stupido sono. Ci danno una mano, ci prendiamo l’intero braccio. Ci danno responsabilità, siamo pronti a dimostrare il contrario. “Eh ma siamo in casa da due mesi!” Ecco di nuovo le persone che pensano soltanto al proprio orticello. La prima occasione di imparare qualcosa è andata persa. Però voglio ricordare anche tutte le persone che ovviamente non vediamo, impegnate davvero a stare a casa, a stare zitte. La speranza è che per dieci persone che ballano per la strada con una birra in mano ce ne siano almeno cinquanta sul divano, che aspettano, che hanno pazienza, che pensano al bene comune, che guardano oltre.

Ci ricorderemo anche di quelle immagini, forse bufale o forse no, che ora stanno circolando dove la natura “si riprende i propri spazi”. Vediamo cigni e pesci nei canali di Venezia, anatre nella fontana di Trevi, come se la fontana di Trevi ci fosse stata donata secoli fa da Madre Natura e non da Nicola Salvi, celebre architetto del tempo. E poi ancora cinghiali che attraversano la strada sulle strisce aspettando il verde, più disciplinati di molti pedoni, elefanti in coda alle stazioni di rifornimento e le nutrie che nuotano per i navigli milanesi, anzi no, quelle ci sono sempre state. Ti viene da pensare in una visione un po’ nichilista ed estremizzata che il problema siamo noi. Ma se da un lato queste mezze verità possono fare piacere in un momento così oscuro, ovvero la natura che finalmente trova pace, dall’altro suscitano una sorta di terrore, di resa incondizionata dell’uomo. Come quando si lascia il proprio partner, che ora è Madre Natura introducendo un discorso con “non sei tu, sono io”. Siamo davvero arrivati a questo punto?

Mi sono ritrovato a domandare ad un mio amico, ovviamente attraverso uno schermo, cosa farà quando tutto questo sarà finito. Di certo non succederà che un giorno ci alziamo e viene annunciato che tutti possiamo uscire e si organizzeranno feste di inizio estate (spero non di fine estate) banchetti, parate per le strade per festeggiare la fine della quarantena. Altrimenti in quarantena ci ritorneremo dopo due settimane. Sarà un ritorno alla vita graduale, lento, cosciente. Alcuni proveranno quasi timore o vergogna ad uscire di casa solo per bere una birra. Altri che hanno continuato a lavorare incessantemente per tutto questo periodo noteranno solo le metro piene e il traffico per strada che quasi rimpiangeranno i giorni passati. C’è chi avrà perso il lavoro e ne troverà uno migliore. Chi ha capito chiuso in casa da mesi che la vita che ha vissuto fino ad ora non è la sua vita e troverà il coraggio di cambiarla. Chi ha iniziato ad amarsi davvero scontrandosi con sé stesso e di conseguenza ha avuto modo di riflettere. Chi al ritorno alla normalità non noterà nessuna differenza. Chi sarà ingrassato, chi sarà dimagrito per paura di ingrassare. Chi sarà diventato un grande cuoco, chi si sarà abituato a non dover trovare più scuse per non uscire e dopo sarà in difficoltà. Chi si sarà riavvicinato, nonostante la distanza, ad una persona che non sentiva da tempo, non si sa per quale motivo. Chi impazzirà, chi lascerà il marito o la moglie, chi recupererà le ore di sonno perse dalla quinta elementare in poi. Ma fra tutte le cose che faremo, ce n’è una che non dobbiamo assolutamente fare. Dimenticare. Ma la cosa difficile oggi è proprio il non fare qualcosa.

About Timido Loquace

Ho un lavoro fatto di numeri che mi rende grigio. Cerco di colorarmi scrivendo della vita.

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