A chi lavora troppo

Questo primo maggio voglio dedicare un pensiero ad alcune persone. Non ai morti sul lavoro. Né a chi lavora in nero, non ai precari.  Oggi voglio dedicare questo primo maggio a quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato. A quelli che hanno delle sicurezze.
Oggi voglio pensare ai vivi sul lavoro.
Quelli che non muoiono mai. Quelli che hanno fatto per forza di cose il lavoro come una ragione di vita. Perché ormai la società vuole così.
Quelli che perdono la vita giorno dopo giorno, ma sono ancora in piedi. Quel tanto che basta per trascinarsi in ufficio e in coda in tangenziale.
A quelli che non riescono mai a fare la spesa in settimana perché la sera sono ancora a lavoro a quelli che rimandano una visita medica, perché ci sono scadenze da rispettare.

A quelli che rimandano l’incontro con un amico che non vedono da tempo e poi quell’amico non lo rivedono più. Il mio pensiero va a quelli che non telefonano alla propria donna o uomo prima delle nove di sera e prima o poi la propria donna o uomo diventa di qualcun altro. A quelli che lavorano il sabato e lasciano i figli a casa in una giornata di sole e magari in quella giornata iniziano a camminare.

Il mio pensiero va a anche a quelli che inviano le mail alle 9 di sera e iniziano con “scusa per l’ora..” come se io violentassi le vostre madri ma prima di farlo entro in casa e dico, ” scusa ma stasera stupro tua madre”.
Oppure a quelli che ti chiamano e ti chiedono “sei in ferie?”, che é come se io ti chiedessi se stai dormendo ma nel mentre ti ho già svegliato.

Ci sono quelli a cui questa vita é stata imposta e quelli a cui piace. E a lungo andare la prima ipotesi inizia a coincidere con la seconda. Un essere che si abitua a tutto: è la migliore definizione che si possa dare dell’uomo, diceva Dostoevskij.
Mi é capitato per sbaglio di parlare con questi zombi stakanovisti che lavorano dodici o tredici ore al giorno che dicono quanto sia dura, però quanto sia bello.
Però poi io faccio un ragionamento. Uno dei miei che poi butto qui dentro, nel gabinetto dei miei pensieri.
Pensate alla cosa più bella che vi piace fare. Bere un gin tonic? Fare l’amore? Giocare a calcio? Ecco provate a farlo per 12 ore al giorno per 10 anni. Vi piacerebbe ancora? Probabilmente no. E allora come può piacere lavorare 12 ore al giorno per 10 anni? Un lavoro che ti risucchia le giornate, le serate. Un lavoro che non ti permette di fare una corsa la sera o coltivare qualche passione che hai dovuto interrompere troppo presto per il lavoro.
Eppure lavorare tanto piace. Piace perché non facciamo in tempo durante la giornata a renderci conto di cosa siamo, dove stiamo andando. Non ci permette di porci il problema sul fatto che siamo diventati cosí tristi che con una giornata libera davanti non sappiamo che fare. Quindi alla fine va bene così. È come se soffrissimo tutti della sindrome di Stoccolma nei confronti del nostro lavoro. Un carceriere invisibile che ti tiene in ostaggio, a cui però inconsciamente sei grato, perché ti protegge da quello che c’è fuori, da quello che potresti essere per davvero e che hai paura di viverti.
E poi ci sentiamo gasati quando abbiamo poco tempo e allora facciamo la spesa online, compriamo il vino online, ci facciamo lavare la macchina, stirare le camicie. Fra dieci anni ci dovranno pure pulire il culo perché non avremo tempo per farlo, sempre che non inventeranno un’app dedicata a questo,  a chi lavora troppo.

About Timido Loquace

Ho un lavoro fatto di numeri che mi rende grigio. Cerco di colorarmi scrivendo della vita.

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