Se vuoi migliorarti, dimenticati.

Siamo tempestati di aforismi sui social, di guide spirituali, di frasi preconfezionate che vanno bene su tutto.
Quelle frasi ad effetto che le leggi una volta e pensi: ma questo sono io! Da domani il mio scopo sarà migliorarmi, migliorare la mia vita, quella degli altri, pormi degli obiettivi.
Vai in libreria e ci sono libri di automiglioramento ovunque.
Spesso sono basati sul buddismo surrogato o sulla psicologia di base. Ascolti una canzone, quella che sembra fatta apposta per te. Hai la spinta per andare avanti. Guardi un film profondo e dopo averlo visto hai compreso quanto sia importante il cambiamento e pensi che da domani andrà sempre meglio.

Perché poi non cambia nulla?
Perché dopo aver ingurgitato un libro di crescita personale il giorno dopo non siamo maestri di vita ma ricadiamo sempre sulle nostre paranoie?

Perché il cambiamento costa.
Il cambiamento è rinuncia. Rinuncia ad una parte di noi stessi che odiamo a cui però apparteniamo. Rinuncia ad identificarsi nell’immagine che abbiamo di noi, che seppur sbagliata ci coccola.

Noi siamo i nostri difetti, siamo le unghie rosicchiate, siamo le scarpe rotte, siamo il lavoro che odiamo, siamo i nostri pensieri e le nostre reazioni, siamo le risposte date male, siamo gli insulti dati al semaforo e il pentimento subito dopo. Noi vogliamo certezze, vogliamo cio che conosciamo, anche se ci fa schifo.

E pensare di abbandonare tutto questo ci fa vacillare, ci fa fare un salto verso l’ignoto, ci fa uscire dal nostro fortino di cuscini e ci fa pensare: ma allora chi sarò io? Come mi identificherò domani? A quale gruppo apparterrò?

Anche l’identificazione ci frega. Quella classe di appartenenza che ti sei costruito negli anni e che ti fa dire: Ma io sono cosi, io sono timido, io sono loquace io sono quella cosa o io faccio parte di..
Le classi, il bisogno assoluto di identificarsi in qualcosa, nell’appartenere ad un gruppo a una categoria, come accade anche in tutti gli ambiti della vita, vedi i partiti politici, i sottopartiti, le fazioni, vedi il calcio, le etnie, i vegani, i carnari, i melariani e i cazzariani.

Abbiamo sempre il bisogno, la necessità di dover appartenere ad un gruppo per identificarci come persona. Abbiamo sempre bisogno di una casacca o di una bandiera. Con conseguenze disastrose per i limiti che questo ci impone.
Oggi mangio del tofu, perché mi va il tofu e domani mi faccio una grigliata mista di carne, e allora?

– Oddio a quale categoria appartengo ora? Dove verrà incasellata la mia faccia?
– Ieri sono andato a teatro, davano La Traviata e stasera ho preso i biglietti per Gigi D’Agostino, dance anni ’90, roba seria. Chi sono ora? Cosa risponderò quando mi chiederanno che musica ascolto? Sono pop, sono indie, sono dance, sono classico, rock, metal? Chi diavolo sono?
Birra o vino? Camicia o canotta? Opera o musical? Destra o sinistra? Bicicletta o corsa? Trattoria o ristorante stellato? Mare o montagna?
Fanculo. Suonerà dannatamente scontato e sempliciotto, ma sono per le cose che mi fanno stare bene. Le categorie, i bollini, le correnti di pensiero non sono per me.

About Timido Loquace

Ho un lavoro fatto di numeri che mi rende grigio. Cerco di colorarmi scrivendo della vita.

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