La vita oltre il lavoro

Sono in stazione, sto tornando a casa.
Fa così caldo che ho il nodo della cravatta sudato.

Vedo converse e zaini logori che hanno girato il mondo.
Vedo biciclette cariche di borse che hanno fatto più chilometri della panda di mio nonno, quella di una vita.
Gli occhi di un ragazzo appena sceso dal treno, gli occhi della scoperta e della consapevolezza di chi sa godersela.

Allora mi chiedo.

Mi chiedo se una laurea ed un lavoro sicuro sono le cose che ci servono.
Mi chiedo se non siamo una generazione schiava dei nostri titoli di studio, schiava della nostra giornata lavorativa da 8/9 ore al giorno quando va bene, mille e cinque al mese, quando va bene.

Un tempo si studiava per crescere, per stare meglio in un futuro non così lontano, per avere una villetta a  schiera con il prato verde e con un cane, si studiava per poter girare il mondo. Ora ci ritroviamo a lavorare per lavorare, per pagare settecento euro di affitto, per tornare a casa ogni sera alle otto, senza avere la preoccupazione di riflettere su cosa fare dei tuoi interessi, delle tue passioni.
Per non riflettere che il tempo non ce lo restituisce nessuno. Per non riflettere che il sacrificio dei cinque anni di laurea dopo il diploma (così veniva descritto benevolmente dai miei) si è esteso ai sei mesi di stage (quando va bene) che si è esteso ad un lavoro da consulente, avvocato, commercialista sottopagato che ti ruba il bene più prezioso che hai, il tempo.

Siamo sempre lì, in attesa di quello che i francesi chiamano “Coup de Theatre”, un colpo di scena che non arriva mai, ma noi ci crediamo, perché siamo laureati, perché abbiamo la cravatta, perché lavoriamo in centro.

Ne sento tanti di colleghi: un tempo suonavo, un tempo facevo foto, un tempo scrivevo, facevo gare con la moto, ma poi sai con il lavoro, ho smesso..

Con il lavoro…il lavoro..

Il mio capo mi chiama venerdì sera alle 20.30, c’è da chiudere un lavoro, è urgente, problemi sulle imposte, dice. Ho lo zaino in spalla, vado al lago, ma lui che ne sa, è urgente quindi rispondo.

Vorrei dirgli che le urgenze esistono solo al pronto soccorso, ma lascio perdere.

Vorrei dirgli che fra poco non dovrà contare più su di me dopo le 18, perché da contratto io dalle 18.01 posso essere al lago e spegnere l’iphone aziendale.

Vorrei dirgli che mi sto inventando qualcosa per cambiare, per sfuggire dalla gabbia delle dieci ore al giorno di lavoro.

Vorrei dirgli che avrò di nuovo il tempo di riprendere in mano la chitarra, per fare un corso di fotografia, per leggere almeno tre libri al mese come facevo all’università. Per andare a visitare Firenze di lunedì, quando costa poco e i turisti sono la metà.

Ma lui che ne sa, lui fa parte di quel mondo distorto come un altro miliardo di persone che contribuiscono a farlo diventare reale, a fartelo accettare. Il mondo della laurea, della cravatta e del codice civile (e leggi collegate)

Vorrei dirgli tutto questo, ma alla fine parliamo di imposte.

About Timido Loquace

Ho un lavoro fatto di numeri che mi rende grigio. Cerco di colorarmi scrivendo della vita.

View all posts by Timido Loquace →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *